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venerdì 1 aprile 2011

Maurizi su auto produzione e allevamenti tradizionali.

Marco Maurizi

Antispecismo, allevamento “tradizionale” e auto-produzione

Note per un dibattito che non manchi l’essenziale

Così vicini, così lontani

Il fatto che l’antispecismo non trovi di meglio da fare che polemizzare con le posizioni di chi “ama” e “rispetta” la natura pur continuando ad uccidere animali, può sembrare una bizzarria dovuta a quel classico eccesso di estremismo o settarismo che porta a criticare chi ti sta più vicino (l’ambientalismo radicale, gli alfieri del mondo contadino premoderno, i teorici dell’auto-produzione) piuttosto che unire le forze per combattere il vero nemico: il capitalismo globale tecno-finanziario. Ma il problema è che questa “vicinanza” è, probabilmente, illusoria e che non è possibile alcuna forma di convergenza tra posizioni diverse se prima non si è fatta necessaria chiarezza sulla natura di questa diversità. D’altronde, perché una qualsiasi forma di chiarezza possa realizzarsi su questo punto, sarebbe necessario riuscire a discutere nel merito delle rispettive posizioni, cosa che, come potrà testimoniare chiunque abbia assistito a confronti tra gli antispecisti e gli “amanti della natura”, accade di rado, per non dire mai.

Quello che vorrei fare in questo intervento è chiarire alcuni presupposti di questo mancato dialogo, allo scopo di renderlo finalmente possibile. Poiché intervengo come antispecista, è chiaro che tenterò di evidenziare quali sono gli aspetti della posizione antispecista che mi sembrano solitamente offuscati o non adeguatamente presi in considerazione in questo tipo di dibattiti. In secondo luogo, tenterò di chiarire quelli che mi sembrano i principali problemi che, da un punto di vista antispecista, emergono dalle posizioni dell’ambientalismo più radicale.


Riflettere sull’ossessione identitaria


È facile osservare, nelle discussioni che hanno ad oggetto il nostro rapporto con il non-umano, come la discussione degeneri facilmente in una lotta tra “vegani” e “non-vegani”. Si dirà: è inevitabile che accada così, basta solo evitare che il confronto diventi scontro tra identità irriducibili. Sembra inevitabile, infatti, che in ogni discussione in cui si scontrano tesi opposte attorno a cui si polarizzano opinioni e gruppi diversi, si inizi a parlare di “noi” e “voi”, cioè di “identità” fisse e rigide. Ma questo, nel caso specifico della disputa sul nostro rapporto con la natura in generale e con gli animali in particolare, è un fenomeno che andrebbe evitato perché impedisce strutturalmente di cogliere il vero oggetto del dibattito. Non si tratta solo di un problema di comunicazione (cioè di “come” si dicono le cose), ma del fatto che non si riesce a intendersi su ciò di cui si parla (dunque di “cosa” si sta parlando). In altri termini, la discussione non solo non va avanti, ma nemmeno inizia. O meglio, inizia un “dialogo” tra chi parla di A e chi parla di B, mentre entrambi sono convinti di parlare di C.

Anche per questo gli appelli ad andare oltre lo stallo comunicativo sono inefficaci e, in realtà, illusori. Certo, è necessario fare uno sforzo collettivo in questo senso per facilitare la comunicazione, ma le esortazioni a non scadere nella mera contrapposizione tra “noi” e “voi” non potranno avere successo se prima non si coglie la posizione di partenza di queste due tesi che non sono affatto simmetriche. Non ci troviamo, in questo dibattito, di fronte ad un’opposizione tra due identità. Perché soprattutto quelli che a prima vista sembrano possedere un’identità più netta e rigida – i vegani – sono proprio coloro che non dovrebbero mai permettersi di affrontare la discussione in questo modo. E non per “educazione” o per “facilitare” la comunicazione, ma perché non ne hanno il diritto. Per due motivi.

In primo luogo, perché presentandosi come “vegano” l’interlocutore antispecista rischia di far travisare completamente la sua posizione nella discussione. Chi è infatti il “vegano”? È una persona che “non mangia carne” e che spera o intima a terzi di essere come lui, cioè di adeguarsi alla sua identità cioè al suo modo di vivere? No, non è questo e, se fosse questo, avrebbero ragione coloro che gli si oppongono a trovare poco significativa la sua posizione e le sue opinioni. Il veganismo è infatti una pratica e, in quanto tale, non è il punto di partenza, la tesi che andrebbe discussa. È, al limite, il punto di arrivo della vera tesi che si tratta di discutere: ovvero la plausibilità etica e politica della liberazione animale. Il che significa: è possibile, auspicabile o necessario, in termini etici e politici, sottrarre gli animali non umani al giogo del potere umano, allo sfruttamento di cui sono fatti oggetto (meglio: attraverso cui sono resi “oggetti”), al dolore, alla morte? Questa è la domanda che i vegani pongono quando si parla del nostro rapporto con i non-umani. E la pongono non in quanto vegani (cioè portatori di uno stile di vita) ma in quantoantispecisti (cioè sostenitori di una visione etico-politica). Dunque sarebbe meglio che ad oggetto della discussione stesse l’antispecismo e non il veganismo[1].

In secondo luogo, e forse anche più importante, chi critica lo specismo non può dimenticare nemmeno per un momento che il suo compito nella discussione non è semplicemente affermare una tesi, ma fermare la mano che uccide delle vite: chi lotta per la liberazione animale cerca infatti di dare voce alle vittime impotenti di una sottomissione millenaria. Dietro di lui ci sono altre vite che, se potessero scegliere, sicuramente non accetterebbero il proprio destino di morte. Qual è allora “l’identità” dell’antispecista che parla nel dibattito? Quella di un umano o anche quella dei non-umani che egli spera di sottrarre al potere della società del dominio?

Questo non diminuisce la sua responsabilità nella discussione ma, anzi, la moltiplica, nel senso che egli deve mostrarsi responsabile nel far presente questo fatto (cosa di cui, occorre ammetterlo, raramente i vegani sono all’altezza). L’antispecista non deve, cioè, abusare della voce di cui è testimone, ma è importante che riesca a far emergere nella discussione che la sua posizione non è “sua”. Perché solo in questo modo può dire senza peccare di narcisismo morale: prendiamoci le nostre responsabililtà, discutiamo di ciò che siamo e, se possibile, cambiamo. Se questo aspetto non emerge e non viene messo al centro del dibattito allora effettivamente tutto diventa solo uno scontro tra “identità” umane contrapposte che non solo silenzierà, di nuovo, quelle voci animali inascoltate, ma che non potrà che avere gli esiti disastrosi che ben conosciamo. Se i vegani agiscono come portatori di uno “stile di vita” invece che come testimoni di una voce oppressa, mancano tragicamente il bersaglio e contribuiscono a rendere impossibile ogni discussione vera. Perché allora l’interlocutore vedrà in loro solo persone che cercano di affermare il proprio ego e il dolore che gonfia le loro voci apparirà inevitabilmente un urlo di prevaricazione.

D’altro canto, e anche questo va detto, se gli interlocutori dei vegani impostano la discussione ad un livello “immediato”, “pratico”, è inevitabile che si finisca per parlare di “stili di vita”. Se il problema dell’oppressione animale, della sua giustificabilità e necessità, viene affrontato non in sé ma per il modo in cui oggi gli stili di vita incidono sull’ambiente, si è già affossata la discussione. Quando si critica la produzione di soia o di riso per mostrare che anch’essa è violenta, si commette una scorrettezza. Si aggira la domanda sull’oppressione animale (“è giustificata?”) e si sposta automaticamente la discussione sugli “stili di vita” e sui loro “effetti” più o meno violenti. In questo modo, ci si sottrae ad una domanda di diritto con una constatazione di fatto: tu vegano non sei meno violento di me non-vegano. Tutti ugualmente colpevoli, tutti assolti. A parte le riserve che ho su questi “fatti” che vengono sbandierati come certezze assolute – e su cui dirò qualcosa alla fine di questo intervento – mi sembra chiaro che, così facendo, si elude ogni confronto nel merito. Si parla solo di ciò che interessa chi accetta l’oppressione animale (lo “stile di vita”) e non se l’oppressione sia in sé giusta.

Centrare i problemi politici


La questione, per come la vedo, andrebbe impostata in termini politici, cioè parlando del
tipo di mondo per cui lottiamo. Quando si lotta contro il capitalismo globalizzato e contro tutte le forme di oppressione disegniamo infatti un mondo che ancora non c’è. Ora, rispetto a questa dinamica di liberazione c’è un problema sia con chi insegue l’ideale contadino tradizionale, sia con chi pratica l’autoproduzione.

1. I limiti della tradizione


In primo luogo, non è affatto chiaro perché il mondo agricolo “pre-moderno” dovrebbe essere considerato un ideale rispetto al mondo tecnologico contemporaneo. Infatti se si prende questo mondo così com’era, allora lo si dovrebbe restaurare con tutte le caratteristiche che esso possedeva (incluso il patriarcato, la gerontocrazia, il razzismo ecc.); senza dimenticare che lo sviluppo “tecnologico” esiste dall’alba dei tempi, dunque non è ben chiaro a quale fase di questo sviluppo bisognerebbe arrestarsi: a livello del 1500, cioè poco prima della modernità? E perché non all’anno 1000 o al neolitico? Chi, e come, stabilisce qual è il modello “ideale” di produzione?

Se poi si dice, come ovviamente si dice, che no, questo modello ci va bene per alcuni aspetti (il rispetto della natura), ma non per altri (la violenza interumana) allora scatta davvero la domanda: perché tutto dovrebbe cambiare tranne che l’uccisione di animali? La storia di ribellione cui facciamo parte è una storia che ha visto mettere in discussione progressivamente lo schiavismo e l’oppressione di genere. Ogni volta si giustificava questa oppressione nei modi più diversi, salvo poi dover ammettere che gli “inferiori” erano tali solo perché la violenza li rendeva tali. Per quale motivo gli animali - che fanno parte di questa storia al pari delle donne, degli schiavi e dei bambini - non dovrebbero vedersi riconosciuto il diritto alla libertà? Perché devono continuare a dipendere dalla nostra volontà e vivere solo per i nostri interessi? È questa la domanda fondamentale che gli antispecisti rivolgono ai loro interlocutori: cosa giustifica questo trattamento degli animali? L’unica risposta possibile, bisogna avere l’onestà di riconscerlo, è: la violenza. Poiché noipossiamo fare questo agli animali, lo facciamo. Non c’è altra giustificazione. È la stessa giustificazione che stava dietro alla violenza esercitata contro gli oppressi umani: possiamo opprimerli e lo facciamo. Tutte le argomentazioni che si possono trovare a posteriori per rendere “giusto” questo rapporto di sfruttamento sono delle razionalizzazioni. L’oppressione e la violenza vengono prima. E non sono cancellate dal trovare un appiglio che le giustifichi.

C’è uno squilibrio di forze in campo e questo rende possibile a noi di vivere sulle spalle degli altri animali. Abbiamo la forza per farlo, siamo la maggioranza a ritenere di volerlo fare, dunque lo facciamo. Se si arrivasse ad ammettere questo saremmo ad un punto del dibattito in cui si potrebbe parlare senza cattiva coscienza e con definitiva chiarezza. Ma allora sarebbe inevitabile anche dire, a chi pensa che uccidere animali sia giustificato perché lo vogliamo e abbiamo la forza per farlo, che chiunque potrebbe a suo piacimento escludere un essere umano dal cerchio della considerazione morale. Basta volerlo e avere la forza per farlo. E non c’è giustificazione “morale” che tenga perché la morale ha escluso esseri umani per millenni dal suo ambito e ha fornito ottime giustificazioni (cioè razionalizzazioni) di ciò. Ma la stessa riflessione morale che ha messo in crisi questi pregiudizi ha anche dimostrato che non esistono “ragioni” morali per escludere gli animali dall’etica. Sono esseri senzienti, comunicano, vivono e interagiscono con noi e tanto più interagiscono con noi quanto più noi li consideriamo degni di attenzione. Allora l’unica giustificazione per escluderli dalla considerazione etica resta la violenza: li escludiamo perché non vogliamo considerarli degni di attenzione morale. E se questa è la giustificazione, allora chiunque può escludere esseri senzienti (anche umani) dall’ambito della morale: basta volerlo e poterlo fare. Credo che questo sia il cuore della critica antispecista alla società tradizionale e mi sembra un punto difficilmente aggirabile.


2. L’auto-produzione e il mondo che non c’è


Per quanto riguarda invece l’auto-produzione, ho l’impressione che anche qui il dibattito sia schiacciato troppo sull’attualità e sullo “stile di vita”. Si afferma: il vostro stile di vita vegan
comporta l’uccisione di vite non-umane (e lo sfruttamento di vite umane) che sarebbe in parte evitata da uno stile di vita non cittadino, anche non vegan, purché legato quanto più possibile all’auto-produzione.

Anche in questo caso si scambia la discussione sul veganismo con la discussione sull’antispecismo. È vero, il veganismo è il modo in cui singoli individui cercano di mettere in pratica l’antispecismo qui e ora, cioè in una società specista. Ma l’antispecismo è qualcosa di più di questo: è una visione generale dei rapporti tra umani e tra questi ultimi e le altre specie. È una visione sociale e politica complessiva. Dunque discutere questa visione a partire dall’impatto ambientale che lo stile di vita degli individui vegan comporta è totalmente errato. In tal modo, si confonde infatti la discussione di un ideale etico-politico (cioè, di nuovo, una discussione di diritto e di giustizia) con l’analisi dei presunti effetti che lo stile di vita vegan ha nel mondo attuale (cioè si sposta il discorso sul piano fattuale). Non solo. Oltre all’errore logico di eludere l’argomento che l’antispecista pone ad oggetto della discussione (“è giustificato uccidere animali?”), si aggiunge qui l’errore fattuale di considerare il mondo-com’è-oggi l’orizzonte di ogni possibile organizzazione della vita umana e non-umana. Nessuno tuttavia conosce le potenzialità di un mondo liberato. Ci sono troppe variabili incognite per poter dire quali sono i costi e gli effetti della liberazione animale. Le terre disponibili, la popolazione, per citarne solo due, sono fattori che non si possono calcolare in anticipo.

Il primo fattore non potrà essere preso adeguatamente in considerazione se non si pensa, al tempo stesso, l’espropriazione delle terre occupate dal capitale che è il presupposto di ogni azione di liberazione successiva (sia la sua equa distribuzione tra gli umani che la sua restituzione al resto del vivente). Ma anche la seconda variabile va considerata con attenzione. Non sta scritto da nessuna parte che un’umanità liberata voglia espandersi o anche solo mantenersi a livello attuale e non possa invece volontariamente o automaticamente realizzare una politica demografica inversa. Parliamo di fenomeni che sono lasciati alla decisione libera di un’umanità libera e che viaggiano tra le generazioni e che quindi non ha proprio senso definire in anticipo.

Ma allora, a maggior ragione, i nostri calcoli sull’attualità sono già sballati. Non si può misurare il futuro con i criteri del presente. L’auto-produzione è sicuramente un modello da seguire e ove possibile praticare nell’immediato, ma non può considerarsi (nei modi in cui è praticata ora) il necessario modello cui tutti dovranno in futuro adeguarsi.

C’è anche un terzo fattore che non viene minimamente citato nelle discussioni e che invece considero centrale: il ruolo che la scienza e la tecnica possono svolgere in un mondo liberato. So bene che molti considerano (giustamente) la scienza e la tecnica uno dei fattori distruttivi del mondo moderno. Ma si sorvola troppo spesso sul fatto che ciò è vero soprattutto perché scienza e tecnica lavorano al servizio del profitto e delle classi dominanti. Non è affatto necessario che sia così.[2] Cosa potrebbero fare uomini liberi e uguali che affrontano problemi discutendo razionalmente e senza dover difendere né il proprio interesse personale, nè quello della propria specie ma invece l’interesse di una collettività inter-specifica? Non lo sappiamo. Sappiamo però che oggi una società irrazionale e conflittuale come la nostra è in grado di vincere la forza di gravità e tenere in scacco l’antimateria. Mi riesce difficile credere che una società razionale e fondata sulla mutua solidarietà non possa produrre riso in modo non-violento. Ma potrei sbagliarmi. Quello che mi sembra importante e vorrei ribadire, è che le stesse possibilità tecniche di una società a venire non possono essere calcolate in anticipo e, dunque, andrebbe evitato come argomento di dibattito ogni necessità legata all’attuale condizione tecnica. O meglio, è giusto riconoscere ciò che oggi siamo costretti a fare visti i fattori sopra indicati (disponibilità della terra, popolazione, scienza e tecnica), ma non è lecito proiettare questi fattori nel futuro perché il loro rapporto e il loro peso specifico non sono predeterminabili.

E dunque ciò che deve apparire in primo piano non è tanto quello che oggi possiamo fare, ma quello che oggi vogliamo fare e che forse potremmo fare domani. E la domanda ritorna ad essere quella di prima: in un tale mondo si continuerà a voler dominare e uccidere altri esseri senzienti? Oppure parliamo di un mondo in cui questa volontà non c’è più e in cui si tenterà perciò, quanto più possibile, di avvicinarci a questo ideale di non-violenza e di rispetto dell’altro?

Cosa significa dire “non sono antispecista”?

Per concludere, sarebbe necessario allora intendersi su qual è il vero argomento di cui si dibatte quando si parla di natura. È lecito e necessario (pur con tutti i limiti indicati) parlare di “impatto ambientale” e dei limiti del sistema attuale che rendono (oggi) inevitabile una certa violenza che esercitiamo sul resto del vivente. Nessun vegan potrà fare a meno di considerare il proprio ruolo all’interno di una società complessa e accontentarsi delle proprie scelte individuali, lavandosi così la coscienza, dimenticando che si tratta in primo luogo di cambiare questa società.

Ma è altrettanto necessario, e aggiungerei, doveroso, per chi critica questo atteggiamento, considerare veramente e nel merito l’istanza etica e politica che l’antispecismo porta avanti. Tale istanza chiede la liberazione animale come conseguenza di un percorso storico che ha portato al riconoscimento progressivo del diritto alla libertà e all’autonomia di altri-da-noi (etnie, donne, bambini). Se coloro che si oppongono all’antispecismo condividono, come accade, questo percorso nel suo insieme, devono spiegare perché intendono interromperlo proprio quando esso, introducendo le voci di altri altri-da-noi (gli animali non umani), inizia a mettere in discussione il loro “stile di vita”. Finché non verrà mostrata una motivazione morale che possa rendere giusta questa presa di posizione – e finora non ne è stata prodotta nessuna: si sono sempre portati avanti argomenti fattuali (l’impatto ambientale ecc.) – gli antispecisti avranno tutto il diritto di interpretare questa ostinazione come difesa di un privilegio.

Questo rende le posizioni nella discussione asimmetriche. Nemmeno per gli “antispecisti” si può dire – come abbiamo detto all’inizio dei vegani – che sono un gruppo a difesa di se stesso, che si arrocca dietro un’identità: essi non hanno privilegi da proteggere. Vogliono solo che la voce delle vittime animali venga ascoltata. Possono sbagliare, anzi sicuramente lo fanno, soprattutto quando dimenticano questa loro natura di testimoni di una sofferenza altrui e si chiudono nella comoda difesa di un’etichetta e di uno stile di vita. Ma ciò non autorizza i loro interlocutori ad approfittarne e a cambiare discorso quando il discorso si fa fastidioso perché li richiama alle loro responsabilità etiche e politiche. Perché chi dichiara di “essere antispecista”, se è persona coerente e informata, dichiara la propria appartenenza ad un mondo che non c’è. Dichiara di essere disposto a fare tutto il possibile perché quel mondo si realizzi, perché la giustizia e la libertà abbiano la massima diffusione possibile. Chi invece dichiara di “non essere antispecista” non sta dicendo nulla, perché nessuno può fino in fondo essere antispecista in un mondo come il nostro che vive, di fatto, sullo sfruttamento degli umani e dei non-umani. Si può però volerlo fino in fondo, cioè voler agire fin da ora perché un mondo senza dominio si realizzi. Chi dichiara di “non essere antispecista” sta invece solo dicendo che non vuole esserlo[3], anzi che nemmeno vuolevoler esserlo.. Chi dice “non sono antispecista” pensa di fare unaconstatazione di fatto (come dire: “non sono vegano”, “non faccio le cose che fai tu” ecc.) ma in realtà sta facendo una dichiarazione di intenti: sta dicendo “io non voglio essere antispecista”, cioè “non intendo fare tutto il possibile perché la libertà e la giustizia valgano per quanti più esseri viventi possibili”. Sta insomma chiudendo la sfera del possibile con una sua decisione.

Nessuno contesta la legittimità di questa decisione. Ma essa andrebbe esplicitata e non nascosta dietro razionalizzazioni a posteriori. Gli interlocutori degli antispecisti dovrebbero cioè avere il coraggio di ammettere ciò che non vogliono e dovrebbero poi chiedersi perché la libertà che sono disposti ad accordare ad altri esseri coincida curiosamente con i confini del proprioprivilegio. Perché allora gli antispecisti potranno sempre pensare che quella che appare una decisione “libera” sia in realtà condizionata da un semplice ed egoistico interesse. E a pensar male, come diceva qualcuno, si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca.



[1] Ad ogni modo, anche sull’identità dell’antispecista dirò qualcosa verso la fine di questo intervento, perché anch’essa può dare adito a interpretazioni errate

[2] Non è qui ovviamente il caso di aprire la questione enorme della scienza e della tecnica. È chiaro, però, che se si accetta in parte l’evoluzione della scienza e della tecnica (come tutti i sostenitori delle fattorie “tradizionali” e dell’auto-produzione fanno), non si può negare il loro possibile sviluppo futuro. Altrimenti si cade in una posizione “primitivista” che nega, a mio modo di vedere in modo generico e affrettato, che si possa criticare scienza e tecnica in nome di una razionalità più ampia, una razionalità non alienata ma “erotizzata” nel senso di Herbert Marcuse. D’altronde, il nostro rapporto con l’ambiente e le altre specie è da sempre mediato dalla tecnologia (l’industria litica ci precede addirittura nell’evoluzione): la tecnica è parte della natura umana, non è qualcosa che le si sovrapponga dall’esterno e, dunque, al pari dei modi di produzione tradizionali, anche qui qualcuno dovrebbe spiegarequando è che lo sviluppo tecnologico dovrebbe arrestarsi per essere considerato “ottimale”. Al neolitico? Al paleolitico? E a quale delle tante e diverse “fasi” del paleolitico?

[3] Ringrazio Marco Reggio per questa osservazione.

lunedì 28 marzo 2011

Soltanto per loro: appena uscito!

Appena uscito per Aracne: per approfondire o acquistare on line: http://store.aracneeditrice.com/it/libro_new.php?id=5683

ISBN: 978-88-548-3887-1

Soltanto per loro. Un manifesto per l’animalità attraverso la politica e la filosofia

Leonardo Caffo

Anno pubblicazione: 2011

Formato: 17 x 24 cm

Numero pagine: 136 / Pagine scelte per te

Prezzo: 9,00 euro

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Richiedi saggio: Docente / Giornalista

Anno dopo anno miliardi di animali non umani vengono uccisi per diversi scopi: nutrimento, abbigliamento, ricerca e divertimento. Una situazione analoga, ma con gli umani per oggetto, non sarebbe ovviamente tollerata; ma perché tolleriamo – e anzi giustifichiamo – una pratica e non l’altra? La risposta non è per nulla banale e ci spinge a guardare oltre il vivere quotidiano attraverso un percorso filosofico e politico.

giovedì 24 marzo 2011

Mio articolo sul quotidiano Liberazione



Oggi è uscito un mio articolo sul quotidiano Liberazione, anche se mi sono scordato di comprarlo. Si può leggere cliccando qui.

domenica 13 marzo 2011

Nasce il progetto Bio-violenza

http://bioviolenza.blogspot.com/
Il progetto BIO-VIOLENZA nasce dal desiderio di alcuni attivisti di denunciare, all’interno del vasto mondo dello sfruttamento degli animali a fini alimentari (allevamenti, pesca e caccia), l’emergente strategia produttiva e soprattutto ideologica di quei settori che a vario titolo promuovono forme di allevamento e macellazione cosiddette “sostenibili”, “etiche”, biologiche, rispettose dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori, delle comunità locali e, perfino, del “benessere animale”. Riteniamo che tale filone di pensiero e di sfruttamento animale non sia per nulla etico e non rappresenti in alcun modo un avanzamento verso l’abolizione della schiavitù animale o verso la messa in discussione radicale dei rapporti uomo/altri animali. Riteniamo che esso debba essere denunciato smascherandone le contraddizioni, poiché la facciata di “sostenibilità” di questi allevamenti, apparentemente contrapposti agli allevamenti intensivi, permette ai consumatori di tacitare la propria coscienza che mostra segnali di risveglio, continuando a sostenere, commercialmente e politicamente, un massacro non accettabile e non “riformabile”.

Il progetto BIO-VIOLENZA si configura quindi come:

a) osservatorio sull’ideologia della “buona carne?”, che monitori lo sviluppo delle tematiche di allevamento biologico, sostenibile, etico e della relativa propaganda
b) sviluppo di una contestazione puntuale delle contraddizioni di tali temi, contestazione tesa a mostrarne l’ipocrisia, la strumentalizzazione delle istanze di sensibilità verso gli animali, la non compatibilità con le esigenze del soggetto animale e con i suoi bisogni (vita, libertà, non sofferenza)
c) promozione di iniziative di piazza e simili volte a rendere visibile la condizione animale, a criticare apertamente tali contraddizioni e a far emergere le esigenze vitali del soggetto oppresso (gli animali non umani “da reddito”) - soggetto degno di essere preso in considerazione indipendentemente dai temi associati al settore dell’allevamento non intensivo (qualità, salute dei consumatori umani, diritti dei lavoratori umani, impatto ambientale, ecc.). Tali iniziative dovranno essere messe in campo, in particolare, in occasione di fiere, congressi, manifestazioni di rilievo organizzate da istituzioni, associazioni, settori dell’industria della carne
d) contestazione degli apparati istituzionali e para-istituzionali che sostengono l’industria e l’ideologia della violenza bio
e) sviluppo costante del sito che accoglierà segnalazioni, testimonianze, documenti e materiali sul tema
f) attività volta a scardinare i principi che sottendono l’apparente semplicità dell’impianto della “buona carne?”; incentivare una nuova consapevolezza critica per ideare la “controffensiva” animalista nei confronti di questo nuovo tipo di sfruttamento che integra, nel “normale”, una crudeltà autentica e non diversa da quella degli allevamenti intensivi
g) raccolta di adesioni individuali e collettive alle iniziative del progetto BIO-VIOLENZA, purché queste siano persone e realtà dichiaratamente contrarie ad ogni forma di oppressione e discriminazione anche in ambito intraumano

lunedì 28 febbraio 2011

Liberazioni, nuovo numero!

Liberazioni Rivista di Critica AntispecistaLiberazioni n.4
Rivista di Critica Antispecista
Primavera 2011

> Officina della teoria
Massimo Filippi
Storia naturale. Tesi per una filosofia della natura

Roberto Marchesini
Filosofia postumanista e antispecismo

> Territori delle pratiche
Marco Maurizi
La disputa sugli argomenti indiretti: un falso problema

Steven Best
Un movimento per la liberazione totale

> Tracce e attraversamenti
Leonardo Caffo e Massimo Filippi
Cartesio e la separazione indimenticabile

Emilio Maggio
Considerazioni sul cinema inumano di Michelangelo Frammartino

Leonardo Caffo
Non serve la fantascienza. Note su automi, animali e teoria della mente

Eva Melodia
Riflessioni su buddismo e antispecismo

domenica 20 febbraio 2011

Cosa succede nel nostro cervello quando siamo empatici?

Mercoledì 23 febbraio ore 19-21

presso l'Ordine Psicologi della Lombardia, corso Buenos Aires 75, Milano

conferenza su

Un approccio al tema della violenza e dell'empatia interspecifica


Presentazione del documento sulle valenze antiempatiche e antipedagogiche di situazioni e spettacoli in cui vengono impiegati animali senza rispetto per le loro caratteristiche di specie: circhi, zoo, sagre.
Il documento è già stato sottoscritto da oltre 600 psicologi

A cura della promotrice del documento, dr. Annamaria Manzoni, psicologa e psicoterapeuta OPL


Cosa succede nel nostro cervello quando siamo empatici?

Le basi neurali dell'empatia intra ed inter-specifica"

A cura del prof. Massimo Filippi, neuroscienziato, Università Vita-Salute, San Raffaele

lunedì 27 dicembre 2010

Pubblicità, se non lo vedi non ci credi.

Questo pezzo lo avevo scritto per La Voce dei Senza Voce un po' di tempo fa, e si vede. Tra una cosa a l'altra anche questo non è andato in stampa ed è finito nella mia fatidica cartella "lavori minori senza collocazione". Lo colloco qua, e buonanotte.

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Per quanto fervida possa essere la nostra immaginazione ci sono cose a cui non possiamo arrivare da soli, informazioni sugli stati di cose del mondo che hanno bisogno di essere svelati, chiariti ed esplicitati. Per quanto possa sembrare immediato vedere in una bistecca un pezzo di cadavere o in una pelliccia la sofferenza dei visoni, le cose non stanno esattamente così. Obliterare è il compito che spetta alla “mano invisibile” della società, così avremo polpette invece di brandelli, hamburger invece di scarti, inserti in camoscio invece che in pelliccia di animali squartati e così via. Facciamola breve, e se ci sono filosofi che leggono mi perdonino. Oggi assistiamo ad un teatro di maschere e travestimenti linguistici per cui le cose, sono “altro” rispetto alla loro natura. Nella società dei consumi la pubblicità svolge un ruolo fondamentale, trasmettere a potenziali acquirenti (o fruitori in generale) informazioni svolte alla promozione di un determinato oggeto X. Ovviamente esistono anche pubblicità prettamente informative anche se in realtà si cela sempre la vendità di qualcosa, ad esempio una campagna a favore della donazione di sangue non vende niente in senso stretto ma vuole comunque attirare potenziali donatori ad un loro “prodotto”, ossia la donazione stessa. Il preambolo dell'articolo, come si è visto, concentrava l'analisi sul nascondimento dei prodotti di origine animale, cosmetici, alimenti, vestiari e chi più ne ha più ne metta. Associazioni animaliste, di varia natura, come LEAL per cui ora scrivo, cercano attraverso campagne pubblicitarie di contribuire come possono al disvelamento degli inganni a cui la società dei consumi ci ha portato. I messaggi sono vari, dalla ribellione alla vivisezione ad una più responsabile alimentazione. Dove va una pubblicità? Va dove la gente può vederla e leggerla, dunque soprattutto in giornali e riviste. Questi giornali, quotidiani soprattutto, pubblicano le pubblicità delle varie associazioni e tutti possono sapere cosa succede … No, non va così purtoppo e le campagne animaliste, nella loro prima versione (talvolta anche nella seconda), vengono continuamente rifiutate. Perché? Viene spontaneo domandarselo ma la risposta è molto articolata ed ha a che fare con quella “mano invisibile” di cui parlavo inizialmente. Sia chiaro, nessuno vuole essere complottista; l'analisi che faccio in questa sede muove da alcuni dati sul respingimento di pubblicità promosse da associazioni animaliste da parte di alcuni importanti quotidiani. Il comunicato stampa emesso da Campagne per gli animali in data 10 Giugno 2010 per annunciare la pubbblicazione della reclame “Ti guardano tutti negli occhi” su La Repubblica riporta il seguente dato, sia La Repubblica stessa che altri quotidiani quali, Corriere della Sera, La Stampa, Il fatto quotidiano hanno rifiutato di pubblicare la campagna nella versione originale in cui era stata pensata dagli autori mentre, nella sua versione riveduta, solo La Repubblica, infatti, ha accettato il lavoro. La pubblicazione del messaggio sul quotidiano è costata 7500 euro ed è stato, probabilmente, uno dei primi messaggi volti alla comunicazione dell'antispecismo in un quotidiano nazionale a grande tiratura. I rifutui dei quotidiani si concentrano principalmente sul contenuto troppo “forte” delle immagini proposte dagli animalisti ma attenzione, questo contenuto non è altro che la verità. Gli animalisti, e le associazioni che si fanno portavoci, non ritoccano mai le immagini perché, purtroppo, non ne hanno bisogno. Negare alla gente di vedere quelle immagini significa negargli la verità, le foto di animali squartati, torturati e vivisezionati sono il ritratto di ciò che accade constantemente in tutto il mondo. Chi non vuole rendere pubblico ciò che accade, non rende pubblica la verità. Nel dialogo La Repubblica il filosofo greco Platone narra, tra le cose, il suo mito più celebre quello della caverna che non racconterò, per esigenze di spazio, nella sua integrità ma che parafrasando possiamo immaginare come una rifessione sulla scoperta della realtà delle cose che ci circondano; viviamo in una caverna incatenati in cui tutto sembra avere una forma diversa e distorta rispetto alla natura intrinseca delle cose, liberati dalla caverna ciò che troviamo è la realtà nella sua brutalità. Per esigenze come le nostre, dentro la caverna si parlerà di spiedini e hamburger, fuori di cadaveri e sofferenza. I quotidiani che si rifiutano di pubblicare le campagne animaliste sono i guardiani di questa caverna, accecati dalla ignoranza e dal rispetto per le gerarchie contribuiscono, inconsapevolmente, a mantere tacite e silenziose tutte le pratiche di sofferenza attuate sugli animali. Impedire la conoscenza delle cose e impedire all'umanità di avvicinarsi alla libertà.

mercoledì 8 dicembre 2010

Risposta ad un'insolita lettera del Giornale

Queste righe vorrebbero essere una replica alla lettera che compare qui.
Inviata a Mario Cervi, che ci aveva invitato a rispondere, non è stata mai pubblicata.

Che il nostro tempo sia pieno di “follie” ne siamo certi. Che autorevoli filosofi abbiano cercato di giustificare dei massacri… anche di questo non possiamo dubitare. D’altra parte sappiamo bene che anche degli uomini normali c’è poco da fidarsi: "La società fa gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire se stessi e a divenire assurdi e ad essere così normali. Gli uomini normali hanno assassinato 100 milioni circa di loro simili uomini normali negli ultimi cinquant'anni", scriveva ormai quasi mezzo secolo fa Richard Laing e il massacro dei normali continua indisturbato. Ma andiamo per punti, o almeno proviamoci.
In un tempo pieno di “follie”, spesso i rimedi sono visti come altrettanto folli e la loro follia risiede, probabilmente, nella volontà, quasi utopica, di modificare strutturalmente lo stato delle cose, non adattandosi ad esso, ma cambiandolo dall'interno. L'animalismo, quello vero, non ha nulla a che fare con “quelle cure disgustose e bamboccesche” verso gli animali da compagnia, men che meno col manifesto della Brambilla dove si chiede di far soffrire un po’ meno gli animali trucidati per le nostre egoiste (e primitive) papille gustative.
L'animalismo, quello vero, quello che, neanche a dirlo, poggia su solide posizioni filosofiche, è sinonimo di antispecismo, un movimento teorico dagli immediati risvolti pratici e morali, che rifiuta la discriminazione, lo sfruttamento ed il massacro degli animali per vestirci,nutrirci, divertirci e per scopi scientifici.Questa discriminazione che - per citare il filosofo Max Horkheimer - ha relegato gli animali nella cantina dell’edificio (un grattacielo) che rappresenta la nostra società umana, fondala sua natura, crudele, sulla credenza che la sola appartenenza ad una diversa specie giustifichi - eticamente - il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro coatto di un altro essere senziente.
Essere animalisti significa dare voce a chi, della voce, è stato privato. Significa soffrire ogni giorno che passa guardando, inerti, un massacro senza eguali che vede morire, per la sola alimentazione, circa cinquanta miliardi di animali ogni anno. Capite bene? Cinquanta miliardi di esistenze spezzate per nutrire una piccola porzione di umanità. Piccola porzione che, nonostante tutto, continua a gridare l'inno perbenista della fame nel mondo: un problema reale ma che, visto ilnumero di animali massacrati e la grande indifferenza verso questa crudeltà, possiamo “azzardare” creato consapevolmente e messo sulla bilancia nelle discussioni solo per placare la nostra cattiva coscienza nei confronti degli animali non umani. Quanto alle citazioni che il lettore de La Stanza sciorina con incurante superiorità, forse quei filosofi da cui sono tratte bisognerebbe conoscerli un po' meglio (insieme a tutti quelli che hanno fatto della questione animale un tema centrale delle loro speculazioni). Citare Immanuel Kant non è una buona mossa perché il filosofo di Königsberg riteneva che la crudeltà nei confronti degli animali fosse male in quanto preludio della crudeltà sull’uomo. La “rude semplicità” invocata dal lettore de La Stanza, infine, non sappiamo davvero cosa possa significare. Che esseri viventi in grado di soffrire, gioire, provare diversi tipi di dolore, emozionarsi e talvolta parlare (per approfondire invitiamo a consultare gli studi sulla cognizione animale), debbano essere visti come “esseri di limitato valore”, francamente sconforta e terrorizza. Parole simili sono già state pronunciate nel corso della storia (nei confronti di diverse etnie umane) ed è qui inutile ricordare qui come poi siano andate le cose. Essere violenti ed intolleranti nei confronti della differenza denota scarso senso civico, ma soprattutto, la violenza contro gli inermi è accettazione dello sterminio. Visto che la filosofia (quasi fosse un oggetto di cui tutti possiamo abusare) è stata tirata in mezzo, si può concludere questa lettera parafrasando Derrida proprio sul concetto di differenza: l’identità non è qualcosa di dato oggettivamente ma si determina in relazione ad altro, nel differire da sé. In sostanza di “follie”, nel nostro tempo, ne esistono davvero molte, tutto sta nel capire quando, a denunciare queste follie, sono proprio i folli del nostro tempo.

Per Oltre la specie (www.oltrelaspecie.org)
Leonardo Caffo

sabato 27 novembre 2010

LIBERAZIONI: Anno I · n. 3 · Inverno 2010

Liberazioni n.3
LIBERAZIONI Rivista di Critica Antispecista
Anno I · n. 3 · Inverno 2010
> Officina della teoria
Matthew Cole
Dagli “animali macchina” alla “carne felice”
Un’analisi della retorica del “benessere animale” alla luce del pensiero di Foucault sul potere disciplinare e su quello pastorale
Raffaele Mantegazza
Un cantico per le creature
Tracce animaliste nel pensiero cristiano
Leonardo Caffo
Linguaggio e specismo
Tra Sapir Whorf e la questione animale
> Territori delle pratiche
Steven Best
Welfarismo, diritti animali e liberazionismo
Uno sguardo sul movimento animalista negli Stati Uniti
Aldo Sottofattori
Sugli argomenti indiretti e su quelli diretti
> Tracce e attraversamenti
Leonardo Caffo e Massimo Filippi
L’amore ai tempi dello specismo
Scimpanzé, investigatori e la quotidianità del male
Francesco Pullia
Per un’ontologia antispecista
Aldo Sottofattori
Farefuturo e gli animali
L’intraprendenza della destra nel panorama animalista
Filippo Trasatti
Nel sottosuolo, alla ricerca dell’origine perduta

mercoledì 17 novembre 2010

domenica 24 ottobre 2010

Presentazione Albergo di Adamo

Mercoledì 27 Ottobre alle ore 17 presso il Caffè letterario di Bergamo avrà luogo la presentazione del testo Nell'Albergo di Adamo saggio di filosofia edito da Mimesis di recente uscita.
Interverrano i curatori del testo, Massimo Filippi e Filippo Trasatti.
Per una recensione del testo clicca qui.
Per un intervista ad uno degli autori clicca qui.
Tutti gli interessati sono invitati a partecipare.

martedì 5 ottobre 2010

Associazione culturale liberazioni

www.liberazioni.org Newsletter n.13 / Ottobre 2010
IL PRIMO NUMERO!
Liberazioni n.1 LIBERAZIONI n.1
Estate 2010
vedi l'indice >
abbonati >
NUMERO IN USCITA
Liberazioni n.2 LIBERAZIONI n.2
Autunno 2010

vedi l'indice >
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Un caloroso benvenuto ai nuovi e ai vecchi iscritti!

Sono tante le novità che quest’anno hanno interessato il gruppo che da alcuni anni lavora al progetto «Liberazioni».

Per prima cosa, da Marzo abbiamo fondato l'Associazione Culturale Liberazioni, con la quale abbiamo ribadito il nostro impegno a lottare, attraverso la riflessione e il confronto, per ciò che da sempre ci preme: la liberazione degli animali nonumani e umani.
L’Associazione è aperta a chiunque condivida le finalità esplicitate nello statuto e, ovviamente, aborri ogni forma di violenza verso gli animali. Sul sito sono disponibili tutte le informazioni su come associarsi e la domanda di ammissione da compilare e inviare.

La seconda novità è che la ventata di rinnovamento ha riguardato anche la rivista di critica antispecista Liberazioni, da alcuni anni presente sul web, e che da quest’estate, con l’uscita del primo numero, è disponibile in versione cartacea a cadenza trimestrale. Il prezzo di copertina è 5€, l'abbonamento annuale (4 numeri) è 18€ incluse le spese di spedizione. Sul sito trovate tutte le informazioni su come abbonarsi. L'associazione è senza fini di lucro e la redazione e i collaboratori partecipano a titoli gratuito, pertanto ogni introito verrà reinvestito esclusivamente per la pubblicazione della rivista o su attività ad essa associate (incontri, dibattiti, ecc.). L'obiettivo è distribuire la rivista in maniera capillare e non solo in ambito animalista, affinché le tematiche antispeciste e la Questione animale coinvolgano sempre più persone.
Se volete aiutarci a distribuirla, potete scrivere a: abbonamenti@liberazioni.org.
Se volete contribuire con articoli o segnalazioni, potete scrivere a: redazione@liberazioni.org.

Infine, abbiamo rinnovato anche il sito, nella veste grafica come nei contenuti. Vi troverete tutti gli aggiornamenti sulle uscite della rivista e le attività dell’associazione, oltre all'archivio degli articoli pubblicati. Suggerimenti, critiche e consigli sono ben accetti!

A presto!


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lunedì 27 settembre 2010

I confini dell'umano visti da un albergo?

Un po' di tempo fa avevo scritto questo articoletto che è in realtà una doppia recensione poi, rileggendo, non mi è più piaciuto e non l'ho mandato in pubblicazione. Lo metto qua, forse a buon rendere, forse no.

“Anche l'uomo più miserabile è in grado di scoprire le debolezze del più degno,

anche il più stupido è in grado di scoprire gli errori del più saggio.”

(Adorno)


Introduzione


Esistono tanti e svariati modi di scrivere. Gli argomenti sono diversi, così come sono diversi gli stili di scrittura e il modo in cui ci si approccia nel riempire il primo fatidico foglio bianco. Si può scrivere per infiniti motivi, per amore, per gloria, per vanità… Ma si può scrivere anche per una causa che trascende la limitatezza delle pagine che si stanno riempiendo e, nella maggior parte dei casi, i testi o gli articoli in tal modo prodotti rappresentano qualcosa di più grande rispetto ad un semplice oggetto di lettura. Esempi innumerevoli si possono citare ognuno dipendente dal suo contesto di riferimento; la Bibbia, per il cattolico, trascende l’oggettualità della cosa e diventa l’orizzonte a cui guardare durante tutta la propria esistenza; il DSM per lo psichiatra diventa l’oracolo della sintomatologia, ecc… Nella storia della filosofia sono stati prodotti molti testi ma pochi sono diventati la Bibbia (o il DSM) del filosofo, dentro l’insieme di questi pochi testi hanno un posto di rilievo, ad esempio, la Critica del Giudizio di Kant o La Monadologia di Leibnitz. Possiamo immaginare la filosofia come un’enorme categoria di cose contenente, al suo interno, innumerevoli sottocategorie rappresentate dalle diramazioni concettuali della categoria stessa (Filosofia Morale, Filosofia del Linguaggio, Estetica, ecc…). Una di queste sottocategorie, la Filosofia Morale, ha dei confini complessi da definire. Morale rispetto a cosa? Qual è l’estensione territoriale di questa scienza? Filosofi di ogni epoca hanno discusso questa questione, qualcuno come già Pitagora estendeva la questione morale anche al regno animale non umano altri, come invece Aristotele, la restringevano all’umano. Nonostante la complessa discussione la filosofia morale “animale” è ormai una disciplina attiva, articolata e complessa. Anche in questa sottocategoria della filosofia esistono dei testi di riferimento, sopra tutti Liberazione Animale di Peter Singer e Diritti Animali di Tom Regan. La produzione letteraria in questo campo è relativamente ridotta rispetto ad altri settori e i motivi sono molti; l’interesse per la questione animale e molto scarso, qualcuno crede che si sia già detto tutto e, spesso e volentieri, i testi prodotti sono contro questa disciplina come, ad esempio, il discusso Gli animali hanno diritti? di Roger Scrouton. Alcuni momenti e contesti risultano favorevoli per la produzione letteraria in certi settori, gli incontri tra uomini, le discussioni, le collaborazioni, possono sfociare, in alcuni casi, in dei lavori comuni che violano la regola per crearne di nuove. Milano da un po’ di anni a questa parte sembra essere diventata il centro dell’elaborazione filosofica e politica della questione animale. Sancire i momenti precisi in cui le cose iniziano non è mai facile ma individuare gli attori di questi momenti è un compito più semplice. Ai fini di questo articolo si citeranno solo due nomi: Massimo Filippi e Filippo Trasatti. Eviterò di raccontare vite e qualifiche curriculari “tipo lista della spesa” di queste due persone, ma mi soffermerò su un dato fondamentale per dare uno sguardo nuovo alla questione animale: l’uscita contemporanea di due nuovi testi Ai confini dell’umano1 e Nell’albergo di Adamo.2 Il primo dei due testi è scritto da Massimo Filippi e rappresenta un nuovo e complesso tentativo di approcciarsi alla questione animale ponendo come punto d’arrivo (e in verità anche di partenza) la morte “ridotandola” della sua necessarietà. Il secondo libro è curato da Filippo Trasatti e Massimo Filippi e contiene, in quanto antologia di testi, numerosi contributi di filosofi e teorici che tentano, ognuno in modo originale, una descrizione strutturale della situazione animale.


Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte.


Stanisław Jerzy Lec, poeta e scrittore polacco, pensava che il primo sintomo della morte fosse la nascita. Aveva ragione? In un certo senso sì, come si dice il giusto se si afferma che nel momento in cui si inizia a percorrere un sentiero finito si è già pronti a terminarlo. Il naturale percorso dell’essere vivente tende alla morte tanto quanto un grave lasciato cadere da una torre tende verso il terreno (è quella che Aristotele avrebbe chiamato “causa finale”). La cultura contemporanea è impegnata nel dominare l’irrazionalità ed in questa operazione domina se stessa e il suo più grande terrore: “la realtà esterna” che può essere riassunta con il termine di morte. Adorno spiegava questa negazione della morte da parte dell’uomo sociale come una negazione stessa del corpo e della nostra radice biologica più profonda: l’animalità. Attraverso la società dell’uomo razionale la morte perde la sua caratteristica di proprietà essenziale e sprofonda nella leggerezza della contingenza. Le critiche a questa visione “stereotipata” della morte sono, nella storia della filosofia e del pensiero in generale, continue e complesse, basti pensare ad Heidegger e alla sua visione della morte come la “possibilità della pura e semplice impossibilità dell'Esserci”. Tutte queste critiche però, lo si nota immediatamente, sono impregnate dello stesso elemento che si vorrebbe criticare: l’antropocentrismo; per quanto si cerchi di reincorporare la morte nella dimensione dell’esistenza, infatti, questa esistenza rimane sempre esclusivamente umana e non ne trascende mai i suoi confini...

Un nuovo tentativo di percorre universalmente questo viaggio verso la morte è stato fatto, come accennato nell’introduzione, da Massimo Filippi che diventa, per il lettore, il cocchiere di due carri quello dell’accalappiacani e quello dei cani morti, due carri che attraversano trasversalmente tutti gli scritti di Adorno e che attraversano noi stessi inducendoci la domanda: siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i cani? Il sentiero attraverso cui ci guida l’autore e che ci porterà a capire come i due carri siano in realtà lo stesso carro visto da due lati diversi, è un sentiero che profuma di animalismo ma con un odore completamente nuovo, passando per l’antispecismo analitico di prima generazione, osservando quello continentale di seconda e interiorizzando la riflessione fenomenologica acamporiana che sancisce il passaggio dalla “carne del mondo” al “mondo della carne”. La riflessione animalista che emerge dal testo è completamente nuova ma forte delle basi del passato antispecista, superando la necessità di inglobare antropologicamente le capacità animali nelle nostre e tralasciando riflessioni profonde ma inconcludenti; l’animale diviene, adesso, l’intermediario dell’umano metafisico e la sua presunta “povertà di mondo” non è semplice mancanza, ma assenza che si da come paradossale ricchezza in quanto dischiude la possibilità della comunicazione, contrapposta all’auto – dialogare dell’uomo attraverso la sua filosofia metafonica. Il concetto di sfruttamento inteso nella sua globalità è analizzato, ancora una volta, attravero Adorno che aveva individuato come ogni cattiveria umana (nella sua apparente diversità) è invece unificata dallo stesso uso di linguaggio3. L’immersione nell’in – umano attraverso cui ci guida Massimo Filippi è un percorso complesso, attraverso il dialogo con la filosofia, la letteratura e le neuroscienze, si figura il vero oggetto del nostro parlare: noi stessi intesi non più come “Gli animali” ma come “animali tra gli animali”, pronti a accettare quell’altro che si figura in mille modi ma che è esemplificato dolcemente dal finire di tutte le cose, la morte, proprietà necessaria e non contingente.


Nell’albergo di Adamo. La “questione animale e la filosofia”


Come già ampiamente discusso nell’introduzione i rapporti tra filosofia e questione animale sono complessi e non è facile chiarire le dinamiche attraverso cui si è sviluppata la letteratura scientifica che cerca di coniugare, o meglio, di fondere queste due categorie. In questo testo assistiamo ad un fenomeno articolato in cui dodici autori (due dei quali sono anche i curatori del testo stesso), divisi in gruppi da tre, si passano un testimone filosofico (talvolta scientifico) per discutere il loro modo di approcciarsi ai problemi inerenti alla questione animale. Leggendo il testo si ha l’impressione di partecipare ad un enorme esperimento mentale4 in cui si attraversa un albergo molto particolare. Come tutti gli alberghi che si rispettino, anche questo ha una hall (a cui si può accedere solo dopo aver letto un avviso degli albergatori); il viaggiatore (lettore) che si addentrerà in questo albergo potrà ascoltare le opinioni filosofiche di tre personaggi, Carol J. Adams, Vinciane Despret e Roberto Marchesini che avranno il compito di guidarci attraverso le stanze dell’albergo, che scopriremo poi essere stanze molto diverse tra loro ma con una vista sullo stesso mare. Le stanze del nostro albergo sono cinque, così come sono cinque gli inquilini di queste stanze; la prima stanza è abitata da Enrico Giannetto che, nonostante la veste scientifica, sceglie di raccontarci una storia che riguarda Heidegger e il Carnologofallocentrismo; inoltrandoci lungo i corridoio dell’albergo possiamo bussare nella stanza di Matthew Calarco che ci metterà di fronte al volto animale, dipenderà probabilmente dalla nostra reazione la permanenza in questa stanza… Proseguendo il nostro cammino ci imbatteremo nella terza stanza al cui centro, seduto su una sedia che sa di disperazione, troveremo Gianfranco Mormino che, quasi in un vicolo cieco, ci racconta la normale sacrificabilità dell’animale. Rimangono due stanze da visitare, nella penultima Filippo Trasatti mostra il processo filosofico del divenire – animale già esplicitato da Deleuze e, dulcis in fundo, nell’ultima stanza Zipporah Weisberg ci farà promesse mostruose. Arrivati a questo punto, probabilmente, viene voglia di fuggire. Si cercano le uscite di sicurezza… Inaspettatamente sono quattro ma tutte protette da quattro personaggi inquietanti, perché portatori di verità che potrebbero intrappolarci nell’albergo; Marco Maurizzi, Massimo Filippi, Melanie Bujok e Ralph R. Acampora ci sbarrano, ognuno, la propria porta che rappresenta per noi l’unico modo di uscire dalle nefandezze dell’albergo ma per loro la consapevolezza terribile che qualcuno in quell’albergo ci rimarrà per sempre per volere di colui che, biblicamente, ci rappresenta tutti… Adamo colui che attraverso la nominalizzazione degli animali li ha trasformati in cose per volere divino. A questo punto la tristezza del viaggiatore sembra irrimediabile ma una luce da una finestra lontana gli illumina lo sguardo… una possibilità per liberare gli inquilini dell’albergo esiste ancora e il primo passo e proprio visitare la loro prigione.


1 Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte, Massimo Filippi, Ombre Corte, 2010


2 Nell’albergo di Adamo. La questione animale e la filosofia, Massimo Filippi e Filippo Trasatti (a cura di), Mimesis, 2010


3 L’uso del linguaggio è un aspetto fondamentale della questione animale. In generale per riassumere una questione (che ha origine almeno con Sapir – Whorf) complessa potremmo dire con D. de Kerckhove, “Il linguaggio è il software che dirige l’organismo umano. Qualunque tecnologia eserciti un influsso significativo sul linguaggio influirà necessariamente anche sul comportamento sul piano fisiologico, emotivo e mentale. L’alfabeto è come il programma di un computer, ma molto più potente, più preciso, più versatile e più globale di qualunque altro programma mai scritto. Un programma progettato per far funzionare lo strumento più potente che esista: l’uomo stesso. L’alfabeto si è fatto strada all’interno del cervello per definire le routine su cui si basa il firmware del brainframe alfabetico. L’alfabeto ha creato due rivoluzioni complementari, una nel cervello, l’altra nel mondo”. (D. de Kerckhove, Brainframes. Mente, tecnologia, mercato. Come le tecnologie della comunicazione trasformano la mente umana (1991), a cura di B. Bassi, Bologna, Baskerville, 1993, p. 39.)


4 Un esperimento mentale o esperimento concettuale (in tedesco Gedankenexperiment, termine coniato dal fisico e chimico danese Hans Christian Ørsted) è un esperimento che non si intende realizzare praticamente, ma viene solo immaginato: i suoi risultati non vengono quindi misurati, ma calcolati teoricamente in base alle leggi della fisica.