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venerdì 15 aprile 2011

Vi parlo un po' di Sugaman

Nasce Sugaman, editore digitale come si deve. E nasce, dicono, dalla collaborazione tra due tipi mica male: Paolo Nori e Alessandro Bonino. Entrambi manifestano un'insofferenza per il nascente mondo dell'ebook, caro effettivamente come poche cose, neanche fossero gioielli, i libri digitali. E dunque Sugaman, dicevamo, si costituisce come economico e di qualità e inizia con dei titoli di tutto rispetto che, guarda un po', si piazzano già tra i primi titoli venduti su Bookrepublic. Da un po' pensavo di pubblicare il romanzo che sta venendo fuori dai continui racconti direttamente come ebook e, quasi quasi, faccio un pensierino proprio su Sugaman così, anche se fa schifo, il mio romanzo, poi qualcuno se lo compra pure perché costa poco, o forse no. Ecco. Comunque ve la volevo segnalare questa iniziativa qua, perché merita, e non poco. Io poi che il romanzo di Paolo (che l'ho pure intervistato io, a Paolo) - edito da Sugaman - me lo sono comprato vi dico: esilarante e geniale, stracolmo di quel Nori che già da Bassotuba ci ha fatto piegare in due per le risate ma che, con Pubblici discorsi ci ha fatto pure riflettere. Bravi, veramente bravi Alessandro e Paolo.

mercoledì 17 novembre 2010

giovedì 9 settembre 2010

Genius loci

Dopo un po' di pausa da "recensore" eccomi di nuovo on-line, su Mangialibri ovviamente

voto
Genius loci: il significato di questa locuzione è spesso ignorato, e viene perlopiù utilizzata da architetti per definire metaforicamente l'identità di un luogo. Francesco Bevilacqua - che ama definirsi un “cercatore di luoghi dimenticati” - imposta questo libro in modo autobiografico. Lo si capisce dalla dedica iniziale ma già il primo capitolo che narra una sua esperienza di passeggiata in mezzo ai boschi rende l'idea. Da Goethe ad una certa filosofia naturalistica è passata l'idea che la natura nella sua radice più profonda debba rimanere immacolata anche al passaggio dell'uomo. L'autore del testo ripercorre quest'idea esplorando la visone del “Genius Loci” come Dio e chiedendosi se, come e quando questa idea possa trovare spazio nel nostro tempo. La camminata per boschi assume nella visione di Bevilacqua un ruolo tra il mistico e il terapeutico, ripercorrendo concezioni simili, come quella di Neruda che considerava il bosco preludio della vita o quella di Thoreau che sull'argomento ha scritto il breve saggio Camminare...
Il libro è breve ma intenso. Una bibliografia molto esauriente raccoglie testi di filosofia come quelli di Paolo D'Angelo e testi di alta letteratura come quelli di Neruda. L'impronta autobiografica, come già detto, è presente ma non ingerente nel testo che risulta un quasi–saggio di filosofia del “buon costruire”. Le citazioni sono un po' troppo ammassate l'una sull'altra, in alcuni punti del libro si fatica a cogliere il pensiero dell'autore che sembra occupato più che altro a collezionare aforismi. Se cercate un libriccino leggero ma non banale e siete appassionati magari del pensiero che sta dietro l'eco–architettura, avete trovato ciò che fa per voi (ma senza pretese). Con questa mania del rapporto uomo–natura i libri validi sull'argomento si sono rarefatti notevolmente, districarsi tra gli scaffali non è facile. L'opera di Bevilacqua sta a metà tra la mania del parlare e il piacere del raccontare: alla vostra sensibilità personale la scelta della prospettiva.

mercoledì 23 giugno 2010

Nell'albergo di Adamo. Su Mangialibri, appena sfornato!

Nell'albergo di Adamo
Leonardo Caffo
voto
I rapporti tra filosofia e questione animale sono complessi e non è facile chiarire le dinamiche attraverso cui si è sviluppata la letteratura scientifica che cerca di coniugare - o meglio di fondere - queste due categorie. Questo volume curato da Massimo Filippi e Filippo Trasatti rappresenta un fenomeno articolato in cui dodici autori (due dei quali sono anche i curatori del testo stesso), divisi in gruppi da tre, si passano un testimone filosofico (talvolta scientifico) per discutere il loro modo di approcciarsi ai problemi inerenti alla questione animale. Leggendo il testo si ha l'impressione di partecipare ad un enorme esperimento mentale (in tedesco Gedankenexperiment, termine coniato dal fisico e chimico danese Hans Christian Ørsted, è un esperimento che non si intende realizzare praticamente, ma viene solo immaginato: i suoi risultati non vengono quindi misurati, ma calcolati teoricamente in base alle leggi della Fisica) in cui si attraversa un albergo molto particolare. Come tutti gli alberghi che si rispettino, anche questo ha una hall (a cui si può accedere solo dopo aver letto un avviso degli albergatori): il viaggiatore (lettore) che si addentrerà in questo albergo potrà ascoltare le opinioni filosofiche di tre personaggi, Carol J. Adams, Vinciane Despret e Roberto Marchesini che avranno il compito di guidarci attraverso le stanze dell'albergo, che scopriremo poi essere stanze molto diverse tra loro ma con vista sullo stesso mare. Le stanze del nostro albergo sono cinque, così come sono cinque gli inquilini: la prima stanza è abitata da Enrico Giannetto che, nonostante la veste scientifica, sceglie di raccontarci una storia che riguarda Heidegger e il Carnologofallocentrismo; inoltrandoci lungo i corridoio dell'albergo possiamo bussare nella stanza di Matthew Calarco che ci metterà di fronte al volto animale: dipenderà probabilmente dalla nostra reazione la permanenza in questa stanza. Proseguendo il nostro cammino ci imbatteremo nella terza stanza al cui centro, seduto su una sedia che sa di disperazione, troveremo Gianfranco Mormino che, quasi in un vicolo cieco, ci racconta la normale sacrificabilità dell'animale. Rimangono due stanze da visitare: nella penultima Filippo Trasatti mostra il processo filosofico del divenire - animale già esplicitato da Deleuze e, dulcis in fundo, nell'ultima stanza Zipporah Weisberg ci farà promesse mostruose...
Arrivati a questo punto, probabilmente, viene voglia di fuggire. Si cercano le uscite di sicurezza: inaspettatamente sono quattro ma tutte protette da quattro personaggi inquietanti, perché portatori di verità che potrebbero intrappolarci nell'albergo; Marco Maurizzi, Massimo Filippi, Melanie Bujok e Ralph R. Acampora ci sbarrano, ognuno, la propria porta, che rappresenta per noi l'unico modo di uscire dalle nefandezze dell'albergo ma per loro la consapevolezza terribile che qualcuno in quell'albergo ci rimarrà per sempre per volere di colui che biblicamente
rappresenta tutti: Adamo, colui che attraverso la nominalizzazione degli animali li ha trasformati in cose per volere divino. A questo punto la tristezza del viaggiatore sembra irrimediabile, ma una luce da una finestra lontana gli illumina lo sguardo: una possibilità per liberare gli inquilini dell'albergo esiste ancora, e il primo passo è proprio visitare la loro prigione.

lunedì 14 giugno 2010

Pensieri, a Catania




"Mi trovo nella piazza del Duomo sterminata nel sole di mezzogiorno che dritto picchia le sue saette rossigne sul dorso di lava del monumento all'Elefantino; mi piace quell'elefantino sempre sonnacchioso e indifferente sia al traffico infernale del giorno, sia alla quiete paurosa della notte. In quell'ora poi che tutte la saracinesche si abbassano furiose una dopo l'altra creando come all'Opera un gran finale di piatti e strumenti a percussione, lui per un attimo agita la proboscide per poi ricadere nel suo sonno perenne di calura"
(Goliarda Sapienza. Io, Jean Gabin, Einaudi 2010)

mercoledì 2 giugno 2010

Terrorismo e Rivoluzione

Avviso agli studenti - Terrorismo o rivoluzione
Sergio Ghirardi
Leonardo Caffo
voto

“L'istruzione scolastica appartiene a gruppi affaristici […]. Resta da sapere se allievi e professori, dal momento che la gestione di un universo in rovine alla quale li si invita non promette nulla di buono, si lasceranno ridurre alla funzione di meccanismi lucrativi senza scommettere sull'ipotesi di imparare a vivere anziché economizzarsi”. Lasciatemelo dire: ci vogliono i coglioni per definirsi liberi pensatori, per campare di stenti, per non fare compromessi, per rinunciare ad una famiglia... per sacrificare la propria esistenza a beneficio di un'idea. Per essere liberi. “Molti hanno deciso di non lasciarsi più consumare da un'economia che se ne infischia della loro salute e della loro intelligenza”...
Raoul Vaneigem è uno di questi, uno con i coglioni insomma. Scrittore libertario belga ed esponente di spicco del movimento Situazionista (oltre che promotore del Maggio francese). Il libro mette insieme due scritti di questo libero pensatore: la critica al mondo capitalistico è radicale, lo slancio poetico è assoluto, perché un'assoluta volontà rivoluzionaria permeava l'aria del '68: la fine di un'epoca, l'inizio di un mondo. Un mondo che, al contrario delle speranze di Vaneigem, ha solo fortificato i suoi presupposti. Leggere questo libro è a tratti commovente, come commovente è l'enorme cultura di quest'uomo educatosi con la sola forza della sua tenacia, l'ostinazione ad evitare il compromesso, a lottare per gli altri. L'istruzione è in mano a dinosauri militarizzati, “Se i governi privileggiano l'allevamento intensivo di studenti consumabili sul mercato, allora i principi di una sana gestione prescrivono di stivare nello spazio scolastico più ridotto la quantità massima di teste modellabili dal numero minimo di personale possibile. […] Noi non vogliamo più una scuola in cui s'impara a sopravvivere disimparando a vivere”. Quanto è vero... quanto è triste... Le nostre scuole insegnano la dipendenza e mai l'autonomia; dipendenza dal denaro, dipendenza da un titolo (Dott. Prof. Ecc...), dipendenza da uno status sociale. Tutto questo ha bloccato il naturale sviluppo della libertà e delle intelligenze umane: ciò che propone Veneigem è una disgiunzione ben precisa, che ha la caratteristica di essere esclusiva. Terrorismo o rivoluzione? Io il primo non lo voglio, e credo neanche voi. Direi che è facile capire che cosa dovremmo fare.

mercoledì 13 gennaio 2010

"Il mistero della nascita del linguaggio." (Book)


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Il libro è acquistabile nella versione e-book e nella versione cartacea da qui/qui e da qui/ qui.
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Eccolo su Google Libri, è già su Amazon/2.

La scheda aNobii è qua. Inoltre è acquistabile anche da qui/qui/qui/qui o da qui/qui/qui e in giro per il web in tanti altri portali.

In libreria può essere ordinato. Qui, per chi volesse prenderlo in prestito da una biblioteca.

Alla pagina "pidgin" su wikipedia è inoltre segnalato come lettura consigliata.

mercoledì 2 dicembre 2009

"Make Belive". Alice come paradigma dei "fantastici" mondi possibili.


LO SPECCHIO

Una cosa era certa: che il micino bianco non c'entrava affatto: la colpa era tutta del nero. Durante l'ultimo quarto d'ora Dina, la gatta madre, aveva lavata la faccia al micino bianco (operazione che il micino dopo tutto, aveva sopportato con dignità); era quindi chiaro che esso non aveva potuto aver parte nel misfatto.

Il modo come Dina lavava la faccia ai figli era questo: prima teneva il poverino per l'orecchio con una zampa, e poi con l'altra gli stropicciava tutto quanto il muso, contro pelo, principiando dal naso; e proprio poco prima, come ho detto, era stata occupatissima col micino bianco, che se ne stava tranquillo e calmo tentando di far le fusa, certo col sentimento che tutto si faceva per il suo bene.

Ma il gattino nero era stato lavato prima in quel pomeriggio; e così, mentre Alice se ne stava rannicchiata in un cantuccio della maestosa poltrona, in una specie di dormiveglia, esso s'era dato a una gran partita di salti col gomitolo che Alice aveva pazientemente fatto dalla matassa di lana, rotolandolo su e giù finchè l'aveva tutto ingarbugliato. Ed ora ecco il gomitolo sparso sul tappeto tutto nodi e grovigli, col gattino in mezzo che cerca di acchiapparsi la coda.

- Ah, brutto micio - gridò Alice acchiappando il gattino e dandogli un bacio per fargli capire d'essere in collera. - Veramente Dina avrebbe dovuto insegnarti a essere più educato! Tu devi farlo, Dina, tu sai che devi farlo! - essa aggiunse, dando un'occhiata di rimprovero alla gatta madre, e parlando col suo miglior tono di disapprovazione. E poi, arrampicatasi di nuovo sulla poltrona, dopo aver preso con sè il gattino e la lana, cominciò a rifare il gomitolo. Ma andava innanzi lentamente, perchè nel frattempo chiacchierava, un po' per il gattino e un po' per sè. Sulle ginocchia di lei il micio sedeva in aria triste, fingendo di osservare il progresso del gomitolo e di tanto in tanto sporgendo una zampetta, e pianamente toccando la palla, come per dire che, potendo, avrebbe aiutato il lavoro volentieri.

- Sai che è domani, micino? - cominciò Alice. - Se fossi venuto alla finestra con me, tu l'avresti indovinato... Ma Dina ti lavava la faccia e non hai potuto. Io guardavo i ragazzi che raccoglievano le fascine e le frasche per la fiammata di carnevale. Ce ne vogliono molte di fascine, micino. Ma faceva tanto freddo e nevicava tanto, che dovettero andarsene. Non importa, micino, domani andremo a vedere la fiammata. - Qui Alice avvolse due o tre volte il filo intorno al collo del gattino, per vedervi l'effetto; ma nell'atto le sfuggì il gomitolo che rotolò sul pavimento, disfacendosi di nuovo per molti metri di filo.

- Sai, micino, io ero così arrabbiata, - continuò Alice, appena si furono riaccomodati sulla poltrona, - quando vidi tutto il danno che avevi fatto. Avrei quasi aperto la finestra per gettarti nella neve! E l'avresti meritato, brigantaccio! Che hai da dire? Non m'interrompere! - essa continuò, levando un dito. - Ora ti dirò tutte le tue cattive azioni. Prima: questa mattina, hai strillato due volte, mentre Dina ti lavava la faccia. E non puoi negarlo, micino, l'ho sentito io. Che cosa dici? (fingendo che il gatto abbia parlato) - Ch'essa t'aveva fatto entrar una zampa nell'occhio? Colpa tua, se tenevi gli occhi aperti: se li avessi tenuti ben chiusi, non sarebbe accaduto. Ora sono inutili le scuse, ascolta. Secondo: tu hai tirato Nevina per la coda mentre io le mettevo innanzi il tegame del latte. Che cosa? Avevi sete anche tu? Come sai che non fosse assetata anche lei? Terzo: hai disfatto il gomitolo mentre io guardavo da un'altra parte. Sono tre mancanze, Frufrù, e tu non hai avuto ancora nessun castigo. Tu sai che ti riserbo i castighi per mercoledì di quest'altra settimana. Immagina un po' se a me avessero riserbato tutti i castighi per un dato giorno? Quanto farebbero alla fine d'un anno? Credo che arrivato quel giorno, mi dovrebbero mandare in prigione. Supponendo anzi che ciascun castigo dovesse consistere nel rimanere senza desinare, allora, arrivato quel terribile giorno, dovrei fare a meno di cinquanta desinari in una volta sola. A dir la verità, non m'importerebbe molto. Sarei più contenta di rimaner digiuna che di mangiarli. «Senti la neve contro i vetri della finestra, Frufrù? Che suono dolce! Come se uno stesse baciando la finestra dal di fuori. Forse la neve vuol bene agli alberi e ai campi e li bacia così soavemente! E poi li copre ben bene, sai, con una coperta bianca, e forse dice: «Andate a letto, cari, andate a letto, cari!» E l'estate quando si svegliano, Frufrù, si vestono tutti di verde e si mettono a ballare... quando soffia il vento... Oh che bellezza! - esclama Alice, lasciando cadere il gomitolo di lana per battere le manine.

«E io desidererei tanto che fosse vero! Certo che i boschi par che dormano in autunno, quando ingialliscono le foglie.

«Frufrù, ti piace giocare a scacchi? Ora non ridere, caro, io te lo domando seriamente. Perchè, quando poco fa stavamo giocando, tu guardavi come se sapessi il giuoco; e quando ho detto: «Scacco matto» tu hai fatto le fusa. Sì, è stato un magnifico scacco matto, e veramente avrei potuto vincere se non fosse stato per quel brutto cavaliere che si sviò fra i miei pezzi. Frufrù caro, fingiamo...»

E qui vorrei saper riferire se non altro una metà delle cose che soleva dire Alice, quando cominciava con la sua parola favorita: «Fingiamo...» Ella aveva avuto il giorno prima una lunghissima discussione con la sorella, soltanto perchè aveva cominciato: «Fingiamo d'essere re e regine»: sua sorella, alla quale piaceva d'essere sempre molto esatta, aveva risposto che non potevano perchè erano soltanto in due, e Alice era stata costretta finalmente a dire: «Allora tu puoi essere una, e io sarò tutti gli altri.» E una volta aveva veramente atterrita la vecchia governante strillandole a un tratto nell'orecchio: «Signorina, fingiamo che io sia una iena affamata e voi un orso!»

Ma questo vuol dir divagare dal discorso di Alice al micio:

- Fingiamo che tu sia la Regina Rossa, Frufrù. Sai che penso? Che se tu stessi seduto e incrociassi le braccia, saresti preciso come lei. Prova subito, caro.

E Alice prese la Regina Rossa dal tavolo e la mise innanzi al micino come il modello da imitare; ma la cosa non riuscì, principalmente, disse Alice, perchè il gattino non volle piegar bene le braccia. Così, per punirlo, lo tenne di fronte allo specchio, perchè guardasse quant'era goffo.

-...E se non stai buono, - aggiunse, - ti faccio andare nello specchio. Ti piacerebbe di andare nello specchio? Ora, se stai attento, Frufrù, e non parli tanto, ti dirò tutta la mia idea intorno alla Casa dello Specchio. Prima di tutto, v'è la stanza che si vede attraverso lo Specchio: è precisa come il salotto dove stiamo; però tutte le cose son messe alla rovescia. Salendo su una sedia la veggo tutta... tutta tranne la parte dietro il caminetto. Quanto mi piacerebbe veder quella parte! Chi sa se nell'inverno c'è il fuoco: se il nostro focolare non fa fumo, non s'indovina mai; ma se c'è fumo di qua, c'è fumo anche di là. Ma chi sa, può essere una finzione, per dare a credere che ci sia il fuoco anche di là. I libri, poi, somigliano ai nostri libri; ma le parole sono stampate a rovescio. Questo lo so; perchè ho tenuto un libro contro lo specchio, e nell'altra stanza ne hanno pigliato un altro.

«Ti piacerebbe di stare nella Casa dello Specchio, Frufrù? Chi sa, se ti darebbero il latte là dentro? Forse il latte della Casa dello Specchio non è buono da bere... E ora, Frufrù, arriviamo al corridoio. Se si lascia aperta la porta del nostro salotto si vede un pezzettino del corridoio della Casa dello Specchio: somiglia molto al corridoio nostro, ma chi sa se più in là non è diverso. Oh, Frufrù, che bellezza se potessimo entrare nella Casa dello Specchio! Son certa che ci sono tante belle cose. Fingiamo di poterci entrare, Frufrù, fingiamo che lo specchio sia morbido come un velo, e che si possa attraversare. To', adesso sta diventando come una specie di nebbia... Entrarci è la cosa più facile del mondo.»

Alice stava sulla mensola del caminetto mentre diceva così, sebbene non sapesse spiegarsi come fosse arrivata lassù. E certo il cristallo cominciava a svanire, come una nebbia lucente.

L'istante dopo Alice attraversava lo specchio e saltava agilmente nella stanza di dietro. La prima cosa che fece fu di guardare se ci fosse il fuoco nel caminetto, e fu tanto contenta di vedere che ce n'era uno vero, pieno di fiamme vive, come quello che aveva lasciato nel salotto.

«Così, qui starò calda come nell'altra stanza, - pensò Alice, - più calda, veramente, perchè qui non ci sarà nessuno che mi farà allontanare dal caminetto. Che bellezza, quando mi vedranno attraverso lo specchio e non potranno toccarmi!»

Poi cominciò a guardare intorno intorno, e si accorse che ciò che poteva essere veduto dalla vecchia stanza era comune e poco interessante, ma che tutto il resto era assolutamente diverso. Per esempio, i ritratti appesi al muro sembravano tutti vivi e lo stesso orologio sul caminetto (come comprendete, nello specchio si vedeva solo la parte di dietro) aveva la faccia di un vecchietto e sogghignava.

«Questa stanza non è tenuta pulita come l'altra» - diceva Alice a sè stessa, vedendo alcuni pezzi della scacchiera fra la cenere del focolare; ma un istante dopo con un piccolo «oh» di sorpresa s'inginocchiò per guardarli. Innanzi ai suoi occhi i pezzi della scacchiera sfilavano per due.

- Ecco il Re Rosso e la Regina Rossa, - disse Alice (sottovoce, per tema di spaventarli) - ed ecco il Re Bianco e la Regina Bianca che si seggono sull'orlo della paletta; ed ecco i due Castelli che camminano a braccetto... Non credo che possano sentirmi, - essa continuò, chinando un po' di più la testa; - e son sicura che neanche possono vedermi. Mi par quasi di diventare invisibile...

Allora qualche cosa cominciò a squittire sul tavolo dietro Alice, e le fece volger la testa appena in tempo per vedere una delle Pedine Bianche rotolare e cominciare a dar calci: ella la guardò con molta curiosità per vedere il seguito.

- È la voce di mia figlia! - gridò la Regina Bianca, passando accanto al Re e urtandolo con tanta violenza che lo fece stramazzare fra la cenere. - Mia preziosissima Lilla!... Mio regale tesoro, - e cominciò ad arrampicarsi selvaggiamente sull'alare.

- Tua regale sventataccia! - disse il Re sfregandosi il naso che aveva battuto cadendo. Egli aveva diritto di essere un po' irritato con la Regina, perchè era coperto di cenere dalla testa ai piedi.

Alice era ansiosissima di rendersi utile. La povera Lilla smaniava e strillava disperatamente; ed allora ella raccolse in fretta la Regina e la mise sul tavolo accanto alla sua rumorosa figlioletta.

La Regina si sedette ansando: il rapido viaggio per l'aria le aveva tolto il respiro, e per un minuto o due non potè far altro che abbracciare silenziosamente la piccola Lilla. Ripreso fiato, gridò al Re Bianco che sedeva imbronciato nella cenere:

- Bada al vulcano.

- Che vulcano? - disse il Re, guardando ansiosamente nel fuoco, come se credesse più che probabile scoprirne uno.

- M'ha soffiato! - balbettò la Regina, che non respirava ancora bene. - Bada di tornare qui... in modo regolare... non farti soffiare!

Alice osservava il Re, mentre egli si sforzava pianamente d'arrampicarsi d'asse in asse, e finalmente gli disse:

- A quella velocità ci metterai un secolo ad arrivare al tavolo. Sarà meglio che io ti aiuti, non è vero?

Ma il Re parve non accorgersi di quelle parole: era assolutamente evidente ch'egli non poteva nè udirla nè vederla.

Così Alice lo prese molto cortesemente, e lo sollevò più adagio della Regina. in modo da non togliergli il respiro; ma prima di metterlo sul tavolo, pensò bene, vedendolo con tanta cenere addosso, di spolverarlo un poco.

Essa narrò dopo di non aver mai visto in tutta la sua vita una faccia come quella fatta dal Re, nel momento ch'egli si trovò in aria tenuto da una mano invisibile e diligentemente spolverato: ne parve così stupito che non fiatò, ma gli occhi e la bocca andarono man mano diventando più grandi e più rotondi, finchè la mano di lei lo scosse fra tante risate che ci mancò poco non lo lasciasse ricadere sul pavimento.

- Oh! non far quelle smorfie, caro! - esclamò a un tratto dimenticando che il Re non poteva udirla. - Mi fai ridere tanto che appena posso tenerti! E non spalancar tanto la bocca! Si riempirà di cenere... Ecco, mi pare che ora sii abbastanza pulito! - ella aggiunse, allisciandogli i capelli e mettendolo sul tavolo accanto alla Regina.

A un tratto il Re stramazzò supino, e rimase perfettamente calmo; e Alice ebbe un po' paura per ciò che aveva fatto, e girò un po' per la stanza per trovare un po' d'acqua e gettargliela in faccia. Ma non potè trovare che una boccetta d'inchiostro, e quando ritornò con la boccetta, vide che il Re s'era riavuto e che parlava con la Regina in un timido bisbiglio... così basso, che Alice potè con difficoltà udire ciò che si dicevano.

Il Re diceva:

- Ti assicuro, mia cara, che ero diventato freddo fino alla punta dei baffi.

E la Regina rispondeva:

- Tu non hai baffi.

- La paura di quell'istante, - continuò il Re, - non la dimenticherò mai.

- La dimenticherai, - disse la Regina. - se tu non l'annoti nel taccuino.

Alice osservò con grande curiosità che il Re traeva di tasca un taccuino enorme, e cominciava a scrivere. Improvvisamente le saltò in mente una idea, e afferrò l'estremità della matita che sorpassava la spalla del Re e cominciò a scrivere per lui.

Il povero Re apparve imbarazzato e dolente, e lottò per qualche tempo con la matita senza dir nulla; ma Alice era più forte di lui. Finalmente egli balbettò:

- Cara mia, debbo procurarmi una matita più sottile. Questa non la so adoperare. Scrive cose che io non capisco.

- Che cosa? - disse la Regina guardando nel libro (in cui Alice aveva scritto: «Il Cavaliere Bianco scivola dall'alare. Egli non sa stare in equilibrio») - Questa non è un'annotazione che ti riguarda.

Vi era un libro sul tavolo accanto, e Alice, mentre se ne stava seduta a guardare il Re Bianco (perchè ancora si sentiva un po' in ansia per lui e aveva l'inchiostro pronto per gettarglielo sul viso, in caso dovesse svenire di nuovo) si mise a voltare le pagine per trovar qualche parte che potesse leggere, «perchè è stampato tutto in una lingua che io non conosco», diceva fra sè.

Era così:

irrat ilgil i e eccoc a are'S
,ottehcsip len navallertrig
irranicnec i icsol ittut
.ottets egnol navaigguffu

Essa guardò impacciata per qualche tempo; ma finalmente le venne un lampo di luce:

- Naturalmente è un libro della Casa dello Specchio. E se io lo metto contro uno specchio, le parole si raddrizzeranno.

Questa era la poesia che Alice lesse:

S'era a cocce e i ligli tarri
girtrellavan nel pischetto,
tutti losci i cencinarri
suffuggiavan longe stetto.

«Figlio attento al Giabervocco:
ha gli artigli ed ha le zanne,
ed attento, attento aI Tocco,
e disprezza il frumio Stranne!»

Egli prese in man la spada -
da gran tempo lo cercava -
e sull'albero di nada
in pensiero riposava.

Mentre stava sì in pensiero
ecco il Giabervocco appare
per il bosco artugio e fiero
tutte alunche fiamme pare.

Uno e due! Ecco che fa
l'itra spada zacche, zacche.
L'erpa testa ei lascia, e va
galonfando pel pirracche.

«Hai ucciso il Giabervocco!
Vieni, figlio, che t'abbracci,
vieni, figlio, al bardelocco
dei dì lieti di limacci!»

S'era a cocce e i ligli tarri
girtrellavan nel pischetto,
tutti losci i cencinarri
suffuggiavan longe stetto.

- Sembra bella, - essa disse, quando l'ebbe finita, - ma è piuttosto diffìcile a capire! (Come vedete, non confessava neanche a sè stessa che non poteva comprenderla.) Però mi pare che mi riempia la testa d'idee... Soltanto non so di che si tratti. Certo qualcuno uccise qualche cosa: comunque sia questo è chiarissimo...

«Ma, ohi! - pensò Alice, levandosi immediatamente, - se non faccio in fretta, dovrò ritornare oltre lo specchio, prima d'aver visitato il resto della casa. Vado prima a dare un occhiata al giardino.»

In un istante era fuori della stanza e correva giù per le scale... Veramente correre non è la parola esatta. La sua era una nuova invenzione per far le scale rapidamente e facilmente, come diceva Alice a sè stessa. Essa poggiava la punta delle dita sulla ringhiera, e andava leggermente giù senza neanche toccare i gradini coi piedi; poi volò giù per l'atrio, e sarebbe andata dritta alla porta nello stesso modo, se non si fosse afferrata al pilastro. Sentiva un po' di vertigine passando così per aria e fu lieta quando si accorse che camminava di nuovo nel modo solito.
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Per leggere tutta l'opera "Attraverso lo specchio" basta cliccare qui

Uno dei libri più belli che io abbia mai letto.

domenica 29 novembre 2009

Biagio Cepollaro, “Nel fuoco della scrittura” in mostra a Milano (da Nazione Indiana)


Inaugurazione 1 Dicembre 2009 alle 18,30
ARCHI GALLERY OFFICINA DEGLI EVENTI
via Friuli,15, 20135 Milano. Tel 02-70601901

Dopo Roma (La Camera verde, 2008), Napoli (Ilfilodi partenope, 2009), Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) giunge a Milano la mostra di Biagio Cepollaro Nel fuoco della scrittura, il cui libro omonimo è stato pubblicato da La Camera verde. Si tratta di una quindicina di tavole dipinte di medie e grandi dimensioni, e di una decina di pezzi tra carte e stampe digitali su tela con interventi successivi.

C’è la scrittura, ci sono le ‘cose scritte’ e c’è l’atto dello scrivere, il movimento del braccio e della mano nella percezione del contatto con il supporto.
www.cepollaro.splinder.com

“E c’è un atto dello scrivere che è un vero e proprio atto sacrificale in cui la parola appena scritta è sin dall’inizio solo una traccia e uno strato della nuova (che magari è la stessa) parola scritta e così, tendenzialmente, all’infinito.
L’atto dello scrivere a questo punto è un fare strato su strato che non è cancellazione ma sedimentazione della traccia. Tale sedimentazione è già immagine e visione: quando ciò che conta non è la sua funzione informativa né quella espressiva ma il fisico esserci, il segno di un’invocazione ripetuta, di un’apertura del cuore, di una speranza.

Quando questo fisico esserci è già struttura compositiva, è già senso al di là del significato.
E’ la danza della parola che come per la danza dei dervisci gira in tondo: non è più importante il corpo che si muove, la figura della danza, ma ciò che di questo movimento resta, la scia di un abbandono estatico. E c’è in questo tipo di danza un‘intenzione cosmologica e cosmogonica, il danzatore, ad esempio, mima il moto dei pianeti muovendosi in senso antiorario sul proprio asse.

Anche l’atto dello scrivere può avere la stessa intenzione quando riporta sul piano l’organizzazione di un suono. Millenni testimoniano questa possibilità. Scrivere dimenticando per poter ancora scrivere, come si ara un terreno, nell’estenuazione dell’andare e del venire, del sorgere e del tramontare.”

Biagio Cepollaro, da Nel fuoco della scrittura.

Per la critica sul lavoro pittorico di Cepollaro rimando all’e-book www.cepollaro.it/Recensioni.pdf

mercoledì 26 agosto 2009

La "Pancetta" di Nori

"Pancetta", di Paolo Nori, 8 euro in Feltrinelli, è un buon libro. Nori è bravo, si riscopre la passione per la letteratura e ci si riappacifica con la mente per un po', dalla filosofia.
"terroristica ebbrezza": Cosa fa di un uomo un poeta? E che cos'è un poeta?
Sono queste le domande che trasversalmente occupano la testa del Nori nel suo "Pancetta", nella Pietrobergo del 1912, tutto muta, tutto cambia. Avnguardia! Questà è la parola d'ordine, i protagonisti, tra sbornie e incontri all'osteria ci riportano ad un'atmosfera che fa tanto "Delitto e Castigo", ma che con più leggerezza ci narra gli incontri di spirito. Pazzia e spettro dell'oblio attassano Majakovskij, narratore discreto della città della neve inserita in una delle stagioni mi maggior cultura della Russia.
Perchè "Pancetta"? Perchè un salume?
Buona Lettura